Martedì, 2 Dicembre, 2003
La Guantanamo di Israele
di Jonathan Cook
Recessione
economica, insicurezza cronica, isolamento diplomatico: nonostante
questo bilancio catastrofico, il governo israeliano si ostina
ad andare avanti sulla sua strada. Solo quattro paesi (Stati uniti,
Israele, Micronesia e isole Marshall) si sono opposti, il 21 ottobre,
alla condanna senza appello dell'Assemblea generale delle Nazioni
unite, ma Israele continuerà nella costruzione del muro che racchiuderà
il 40% della Cisgiordania. La sinistra israeliana prevede di firmare
il 20 novembre con i rappresentanti di tutte le forze palestinesi
un importante accordo di pace: Ariel Sharon ha subito gridato
al «tradimento» e continua la sua escalation sanguinosa in cui
Israele sta perdendo la propria identità. Ulteriore dimostrazione:
questo carcere segreto, in cui la tortura è di uso corrente...
ISRAELE
-- L'edificio
1391: così si chiama questa fortezza di cemento armato costruita
su una collina che domina un kibbutz, nel centro di Israele, quasi
completamente nascosta da alte mura e abeti. Due torri di guardia
militari consentono alle sentinelle armate di abbracciare con
lo sguardo i campi circostanti che si stendono a perdita d'occhio.
Dall'esterno, gli edifici somigliano alle decine di posti di polizia
costruiti negli anni trenta in tutta la Palestina sotto il mandato
britannico.
Molti
sono stati trasformati in basi militari, indicate da cartelli
con un semplice numero. E tuttavia, l'Edificio 1391, vicino alla
Linea verde, la frontiera prima del 1967 tra Israele e la Cisgiordania,
è diverso. Non figura sulle mappe, è stato cancellato dalle foto
aeree, e di recente è stato portato via anche il cartello che
indicava il suo numero. I censori hanno cancellato dai media israeliani
qualsiasi accenno alla sua posizione geografica in nome del segreto
che, secondo il governo, è di essenziale importanza per «impedire
che si attenti alla sicurezza del paese». Secondo certi avvocati,
i giornalisti stranieri che divulgassero informazioni in merito
rischiano l'espulsione dal paese. Nonostante gli sforzi accaniti
del governo per imporre un vero e proprio black out sull'informazione,
cominciano a venire alla luce i fatti atroci che si sono svolti
proprio in questo luogo per oltre un decennio. Un giornale ebraico
ha definito l'edificio 1391 la «Guantanamo di Israele», con riferimento
al carcere americano di Camp X-Ray, nell'enclave americana a Cuba,
in cui sono detenuti i prigionieri taliban e i membri di al Qaeda.
Nell'ottobre 2003, una commissione di esperti giuridici internazionali
guidata da Richard Goldstone, giudice presso la Corte costituzionale
del Sudafrica ed ex procuratore generale del tribunale internazionale
per la ex Jugoslavia e il Ruanda, ha definito Camp X-Ray un «buco
nero» in cui i detenuti scompaiono e vengono spogliati dei loro
diritti più fondamentali sanciti dalle convenzioni di Ginevra.
«Gli stati non possono mantenere i detenuti di cui sono responsabili
al di fuori della giurisdizione di tutti i tribunali internazionali»,
aggiungevano gli esperti nel loro rapporto. Quanto avviene tra
le mura dell'Edificio 1391, che peraltro non ha ricevuto la minima
pubblicità, a differenza di Camp X-Ray, costituisce una violazione
del diritto internazionale ancora più flagrante. A differenza
di Camp X-Ray, la situazione geografica del carcere militare israeliano
non è conosciuta pubblicamente, e non esistono neppure le foto
di prigionieri scattate col teleobiettivo come quelle che noi
abbiamo di Guantanamo. Altra differenza rispetto al carcere americano,
l'Edificio 1391 non è mai stato sottoposto ad una ispezione indipendente,
neppure dalla Croce Rossa. Quanto avviene laggiù è un mistero
imperscrutabile.
Se
il giudice Goldstone ha potuto dichiarare che «662 persone private
di qualsiasi accesso a una procedura regolare» in materia giuridica,
erano detenute a Camp X-Ray, in Israele nessuno, tranne un nucleo
ristretto di alti funzionari del governo e della sicurezza, sa
quante persone siano incarcerate nell'Edificio 1391. Testimonianze
di ex detenuti lasciano intuire che sia stracolmo di prigionieri,
fra cui numerosi libanesi, catturati durante i diciotto anni d'occupazione
israeliana nel sud del paese dei cedri.
Quattro
mesi dopo le prime rivelazioni sull'esistenza di questa prigione
segreta, spetta alla giustizia israeliana fare in modo che il
governo rilasci informazioni concrete al riguardo. «Chiunque entri
in questo carcere è letteralmente a rischio di scomparire - potenzialmente
per sempre», afferma Leah Tsemel, avvocatessa israeliana specializzata
nella difesa dei palestinesi (si veda l'articolo in basso). «Non
ha nulla da invidiare alle galere dei dittatori sudamericani».
Le
rare informazioni che si è riusciti a raccogliere suggeriscono
che i metodi di interrogatorio che ricorrono alla tortura sono
di uso corrente. Mustafà Dirani, della milizia sciita libanese
Amal, oggi defunto, di cui Israele recentemente ha riconosciuto
che era stato incarcerato nell'Edificio 1391 dopo essere stato
rapito in Libano da agenti israeliani nel 1994, ha dichiarato
di essere stato violentato dai suoi inquisitori. I primi barlumi
che sono trapelati dal segreto che avvolge il carcere sono venuti
da Leah Tsemel, lo scorso anno, dopo che l'esercito israeliano
aveva rioccupato alcune città della Cisgiordania, nell'ambito
dell'Operazione «Muro difensivo» dell'aprile 2002. Fino ad allora,
a quanto pare, l'edificio era servito esclusivamente per prigionieri
stranieri, soprattutto giordani, libanesi, siriani, egiziani e
iraniani. Quanti sono? Nessuno lo sa. Il Comitato degli amici
dei prigionieri di Nazareth afferma che quindici cittadini stranieri
arabi sono «dichiarati scomparsi» dal sistema penitenziario israeliano.
A
ciò si aggiungano numerosi casi di rapimento, soprattutto in Libano,
che si presume siano opera di Israele. Quattro responsabili del
governo iraniano che sono scomparsi a Beirut nel 1982 non sono
mai stati ritrovati. In occasione delle recenti trattative per
lo scambio di prigionieri tra Israele e la milizia libanese di
Hezbollah, le loro famiglie hanno chiesto informazioni allo stato
ebraico.
Dopo
gli arresti di massa dell'aprile 2002, che hanno spinto gli istituti
di pena israeliani a un punto critico di sovraffollamento, anche
alcuni palestinesi sono stati mandati nell'Edificio 1391. Per
un certo periodo la «scomparsa» di questi detenuti è rimasta occultata
nel caos generale che è seguito alle incursioni dell'esercito.
Tuttavia, nell'ottobre 2002 Leah Tsemel e una organizzazione israeliana
di difesa dei diritti dell'uomo, Hamoked, si sono rivolti ai giudici
per ottenere informazioni. Gli habeas corpus che sono stati presentati
richiedevano che i palestinesi scomparsi comparissero in giudizio,
onde dimostrare che erano ancora vivi. Messe alle strette, le
autorità israeliane hanno ammesso che gli scomparsi erano detenuti
in un luogo segreto, senza fornire ulteriori dettagli. Tutte le
richieste d'informazione sono state trasmesse a Madi Harb, il
capo dell'unità anti-terrorismo del carcere di Kishon, nei pressi
di Haifa. In seguito a tali richieste, Israele ha precisato che
soltanto un piccolo numero di palestinesi erano stati incarcerati
nell'Edificio 1391, benché molti altri abbiano affermato di avervi
soggiornato, come il dirigente di al Fatah Marwan Barghuti, che
è attualmente sotto processo in Israele. A detta delle autorità,
quei prigionieri sono stati successivamente trasferiti in carceri
di ordinaria amministrazione. Uno solo di loro, Bashar Jadallah,
un uomo d'affari di Nablus di cinquant'anni, è stato rimesso in
libertà. Era stato arrestato insieme al cugino ventitreenne, Mohammed
Jadallah, al ponte di Allenby, tra la Giordania e Israele, il
22 novembre 2002. In una dichiarazione scritta sotto giuramento,
Mohammed Jadallah ha riferito di essere stato torturato finché
non ha confessato di appartenere ad Hamas.
Diversamente
dalla maggior parte degli altri detenuti, Bashar Jadallah afferma
di non essere stato picchiato né sottoposto a torture fisiche,
forse a causa della sua età. Ma ha trascorso vari mesi in un isolamento
pressoché assoluto, senza mai vedere i suoi rapitori, che lo terrorizzavano.
La sua minuscola cella, di 2 metri per 2, senza finestre e con
le pareti verniciate di nero, era debolmente illuminata da una
lampadina sempre accesa, 24 ore su 24. Gli era stato impedito
di mettersi in contatto con un avvocato e di vedere altri detenuti.
Quando chiedeva ai suoi interrogatori dove si trovava, gi rispondevano
che era «sulla luna». Gli avevano vietato di vedere chiunque,
al di fuori della sua cella.
«Prima
di farmi uscire, mi facevano mettere dei grossi occhiali scuri
che mi coprivano completamente gli occhi. Dovevo mettere quegli
occhiali quando mi portavano in un altro locale, ad esempio nella
sala degli interrogatori o in infermeria. Potevo togliermi gli
occhiali soltanto dopo esser rientrato nella mia cella».
Hamoked
accluderà al suo dossier il parere di uno specialista, il dottor
Yehuakim Stein, uno psichiatra di Gerusalemme, sugli effetti della
detenzione in simili condizioni. Secondo lui, il modo in cui sono
stati trattati Jadallah e gli altri palestinesi che hanno testimoniato
sotto giuramento, rappresenta una forma di tortura mentale, che
provoca quella che egli definisce la "sindrome Ddd" (dread, dependency
and debility; terrore, dipendenza e indebolimento).
La
mancanza di cibo, di sonno, di movimento e di stimoli mentali,
spiega lo psichiatra, abbinata all'assenza di qualsiasi contatto
umano, che si tratti di un avvocato, dei parenti, di altri detenuti
o perfino delle guardie, mira a fiaccare la resistenza dei carcerati
nel corso degli interrogatori, e a ridurli in uno stato di dipendenza
totale nei confronti dei loro interrogatori. Se a tutto ciò si
aggiunge la sofferenza fisica provocata dagli atti di tortura,
o dalle minacce di tortura, la paura di essere ucciso e la sensazione
di essere stato dimenticato da tutti per sempre, i detenuti si
consumano con quello che il dottor Stein definisce un «terrore»
molto pericoloso sul piano psicologico. «Il fatto di non sapere
dove fossi e di non poter neppure guardare in faccia le guardie
mi faceva estremamente paura - riferisce Bashar Jadallah. La cosa
peggiore era la sensazione che potevo scomparire e la mia famiglia
non avrebbe mai saputo che cosa mi fosse successo».
La
descrizione di Bashar Jadallah, del suo isolamento e delle sue
condizioni di vita coincide con quella fatta da altri detenuti,
le cui testimonianze sono state raccolte da Leah Tsemel e da Hamoked.
Ricordano i materassi umidi e puzzolenti su cui dormivano, i secchi
raramente svuotati che servivano da gabinetto, l'unico rubinetto
d'acqua nella cella, sotto il controllo di guardie invisibili.
Rumori violenti impedivano loro di dormire, e l'aria condizionata
poteva farli tremare dal freddo. Le testimonianze scritte ricordano
atti di tortura, una prassi che è stata messa al bando dalla Corte
Suprema di Israele nel 1999. Hannah Friedman, direttrice del Comitato
pubblico contro la tortura, riferisce che la sua organizzazione
ha constatato un aumento costante dei casi di tortura nelle carceri
israeliane dopo l'inizio dell'ultima intifada. Secondo un recente
studio, il 58% dei detenuti palestinesi verrebbe sottoposto ad
atti di violenza dichiarata, come ad esempio percosse, calci,
scosse violente, o essere costretti a mettersi in posizioni dolorose
o imprigionati con manette che segano i polsi. Queste prassi,
e altre ancora peggiori, sembrano essere di uso corrente nell'Edificio
1391. Mohammed Jadallah riferisce nella sua testimonianza scritta
di essere stato percosso ripetutamente, di aver subìto le catene
ai polsi, di essere stato legato a una sedia in posizioni dolorose,
e di non aver avuto il permesso di andare al gabinetto.
Gli
hanno impedito di dormire versandogli l'acqua addosso non appena
si assopiva. I suoi interrogatori gli hanno mostrato le foto
di molti suoi parenti, minacciando di far loro del male. «Mi hanno
portato una foto di mio padre vestito da carcerato, mi hanno fatto
ascoltare una cassetta in cui parlava come se fosse un detenuto.
Hanno minacciato di metterlo in carcere e di torturarlo». E tuttavia,
questi prigionieri, probabilmente hanno incontrato una sorte migliore
dei loro compagni di sventura incarcerati per molto tempo nell'Edificio
1391, i cittadini stranieri. I palestinesi che sono passati da
questa prigione segreta sono rimasti sotto l'autorità dei servizi
di sicurezza nazionale, lo Shin Bet, responsabili degli interrogatori
nei normali centri israeliani di detenzione. Gli stranieri dell'Edificio
1391, invece, dipendono da un settore speciale dell'intelligence
militare, l'Unità 504. Il trattamento loro riservato è stato rivelato
da alcuni documenti trasmessi ai giudici nell'ambito del processo
di Mustafà Dirani. Quest'ultimo è stato rapito a casa sua in Libano,
nel maggio 1994, allorché i servizi di intelligence israeliani
tentavano di accertare dove si trovava un pilota, Ron Arad, il
cui aereo si era schiantato al suolo nel Sud Libano nel 1986.
Dirani ha tenuto prigioniero Arad per due anni, a quanto pare,
prima di «venderlo» all'Iran. Trasferito lo scorso anno nel carcere
di Ashmoret, nei pressi di Netanya, Dirani è rimasto per otto
anni nell'Edificio 1391, con un altro detenuto celebre, lo sceicco
Abdel Karim Obeid, di Hezbollah. Durante i primi mesi di cattività,
allorché gli israeliani erano sicuri di ottenere da lui utili
informazioni su Arad, è stato torturato da un inquisitore che
era un alto ufficiale dell'esercito, noto esclusivamente con il
soprannome di «maggiore George». Benché la tortura, all'epoca,
fosse legale in Israele, Dirani ha sporto querela contro lo stato
ebraico e contro il Maggiore George per due casi di violenza sessuale.
In uno George avrebbe ordinato a un soldato di stuprare Dirani,
nell'altro gli avrebbe infilato un bastone nel retto.
Le
accuse di Dirani sono state confermate dalle testimonianze di
alcuni soldati che avevano prestato servizio nel carcere. TN,
un interrogatore dichiara: «So che era prassi corrente minacciare
di inserire un bastone, con l'intenzione di farlo se il soggetto
non parlava». La petizione in difesa di George, che è stata
firmata da 60 ufficiali, non nega i fatti, ma ritiene semplicemente
che sia ingiusto prendersela con George per avere impiegato metodi
di uso corrente nel carcere. George stesso ha ammesso che era
prassi corrente che i detenuti fossero spogliati durante gli interrogatori.
Jihad
Shuman, un cittadino britannico che Israele ha accusato di appartenere
a Hezbollah dopo il suo arresto a Gerusalemme nel gennaio 2001,
è stato detenuto per tre notti nell'Edificio 1391. Riferisce di
essere stato percosso con violenza dai soldati: «Mi hanno tolto
la benda dagli occhi. Ho visto quindici soldati armati, alcuni
muniti di manganelli, che mi circondavano. Alcuni mi hanno malmenato,
spinto e colpito alle spalle». Poco dopo è stato interrogato
da un uomo in uniforme militare, che gli ha detto: «Deve confessare,
altrimenti è un uomo finito, e nessuno saprà che cosa le è capitato.
La confessione o la morte».
Non
ci vuole molto a immaginare gli effetti di tali metodi sullo stato
emotivo e psicologico dei detenuti. Ghassan Dirani, un parente
di Mustafa Dirani, che è stato catturato insieme a lui e detenuto
per un certo tempo nel carcere 1391, ha poi sofferto di schizofrenia
catatonica. Se lo stato di Israele ha confermato ai giudici che
l'Edificio 1391 era un carcere segreto, è tutt'altro che certo
che questo sia l'unico del paese, secondo documenti scoperti di
recente da alcuni gruppi di difesa dei diritti umani. Fra i documenti
forniti ad Hamoked dall'esercito israeliano, alcuni riguardano
Mussa Azzain, un militante di Hezbollah di 35 anni, incarcerato
nell'agosto 1992 nella prigione tristemente famosa di Khiam nel
Sud Libano. Secondo alcuni responsabili israeliani, è stato successivamente
trasferito in una «facility barak» in Israele. Azzain riferisce
di essere stato portato in un carcere segreto che i detenuti chiamavano
Sarafend, nome spesso citato dai prigionieri libanesi. Sarafend
è il nome inglese di una base militare che si chiama attualmente
Tzrifin, alla periferia di Tel Aviv. Numerosi detenuti che sono
stati in una prigione segreta hanno affermato di sentire il rumore
delle onde. Ma l'Edificio 1391 si trova a una buona distanza dal
mare. Altri hanno riferito che sentivano il decollo degli aerei
o rumori di spari, che potevano provenire da un poligono militare.
Dato che esistono quasi 70 edifici Taggart - postazioni di polizia
fortificate costruite sotto il mandato britannico - molte di queste
potrebbero essere utilizzate come prigioni segrete senza destare
alcun sospetto. Un altro edificio Taggart, a Gedera, a sud di
Tel Aviv, sarebbe stato adibito a tale uso finché le operazioni
non sono state trasferite, a quanto pare, all'Edificio 1391 negli
anni '70. È possibile che vi siano altri casi del genere.
Secondo
un ex responsabile della Croce rossa che aveva l'incarico di ritrovare
i prigionieri durante la prima intifada, dal 1987 al 1993, l'organizzazione
umanitaria ha appreso, all'inizio degli anni '90, che Israele
aveva imprigionato in segreto alcuni palestinesi in un edificio
del centro di detenzione militare nei pressi di Nablus, noto sotto
il nome di Farah. Kerstein sospetta lo stato ebraico di possedere
numerose prigioni segrete che apre e chiude secondo le necessità.
Al culmine dell'occupazione del Libano, è possibile che molte
di queste prigioni fossero in funzione. Il gran numero di prigionieri
palestinesi lo scorso anno potrebbe aver indotto le autorità ad
attivare altre carceri segrete.
La
signora Kerstein teme anche che lo stato ebraico subappalti i
servizi di questi edifici segreti ad altri paesi, in particolare
gli Stati uniti dopo la loro invasione dell'Iraq. Secondo la Croce
rossa non c'è nessun iracheno tra i detenuti di Guantanamo. Dato
il caos che regna in Iraq, è pressoché impossibile sapere chi
sia stato arrestato e dove siano detenuti i prigionieri. A detta
di alcune fonti diplomatiche, esistono le prove del fatto che
gli Stati uniti interrogano i prigionieri in Giordania, in modo
da aggirare il diritto internazionale e da sfuggire agli occhi
della Croce Rossa che ha accesso a Guantanamo. È possibile che
Egitto, Marocco e Pakistan diano loro manforte.
«Sarebbe
quanto meno sorprendente che Israele, l'alleato più fedele degli
Stati uniti, di cui sappiamo che possiede almeno un carcere segreto,
non offra i suoi servizi agli americani - afferma Kerstein. Israele
vanta un'esperienza pluridecennale per quanto riguarda la tortura
e l'interrogatorio dei prigionieri arabi - esattamente la competenza
che serve agli americani, nei tempi lunghi successivi alle invasioni
dell'Afghanistan e dell'Iraq».
di Jonathan Cook
(Martedì,
2 Dicembre, 2003)
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