I Molti Padri del Terrorismo
di Giulietto Chiesa
La più grande travolgente
avanzata cui abbiamo assistito in queste ultime settimane di guerra
è stata quella dell'inganno della verità. Il migliore, il più
potente esercito entrato in campo è stato dei media. L'obiettivo
principale, centrato e demolito dalla potenza di fuoco dei B-52,
rappresentati dai telegiornali principali, è stato quello di esaltare
il “successo militare” dei bombardamenti americani (quelli veri,
quelli fatti con i veri B-52). Avete visto, voi scettici, voi
tiepidi, voi quinte colonne (consapevoli o inconsapevoli) di Osama
Bin Laden, che la guerra paga? Alleanza nazionale ci ha fatto
perfino i manifesti. Come se qualcuno avesse mai potuto dubitare
dell'esito di un confronto così impari, tra la maggiore potenza
mondiale, tra la capitale dell'impero planetario, e un piccolo
paese martoriato, affamato, ridicolmente indifeso, guidato da
un gruppo di semi-analfabeti violenti e primitivi. Qui l'inganno
ha travestito le posizioni in modo tale che coloro che si opponevano
ai bombardamenti venissero presentati come coloro che difendevano
i taliban. Quindi la demolizione dei taliban è stata presentata
come se ad essere demoliti fossero coloro che si opponevano alla
guerra. Il “trionfo” lontano è divenuto un trionfo “nostrano”.
E, nello stesso tempo, si
è lavorato per far passare l'idea che coloro che si dichiaravano
contro la guerra erano anche dei disfattisti, che non volevano
che si combattesse contro il terrorismo. Cioè, di nuovo, come
alleati di Osama Bin Laden. Il che è stato la ripetizione pedissequa
dello scenario mediatico jugoslavo. Gli oppositori della guerra
sono stati trasformati ipso facto in alleati di Milosevic e in
sostenitori della pulizia etnica. Nell'un caso e nell'altro la
chiave di fondo della falsificazione è stata la “necessità” della
guerra, la sua “inevitabilità”. Purtroppo “non c'era altro da
fare”. La guerra è sporca comunque, siamo addolorati, viviamo
nel travaglio, ma “non c'è alternativa”. La stragrande maggioranza
dei deputati italiani ha votato, abbracciandosi e indossando la
divisa, inchinandosi alla TINA (There Is No Alternative). La stessa
divinità, a ben vedere, che presiedeva, fino al 10 settembre ultimo
scorso, alla realizzazione del pensiero unico della globalizzazione
americana.
Dunque, non essendoci alternativa,
chiunque si opponesse all' “unica possibilità” diventava immediatamente
un traditore della Causa, dell'Occidente, della Civiltà. Così
si è chiusa la discussione, perentoriamente. Alle voci diverse,
al dissenso, si è riservato lo spazio delle riserve indiane.
Tanto per salvare la faccia
del pluralismo dell'informazione. Ma la “musica di fondo” è stata
assicurata senza la minima incrinatura. Tutti i giornali d'informazione
(qualifica sempre più esilarante, date le circostanze) hanno scelto
la guerra, senza la minima esitazione, senza la minima incrinatura.
Le prime pagine, gli editoriali, i titoli, le immagini (sempre
con la salvaguardia di qualche eccezione) sono stati tutti in
una identica direzione, senza distinzioni significative tra destra,
centro e centro sinistra. Inutile particolare dei telegiornali
dei talk show, e di tutto quanto “fa notizia” passato attraverso
gli schermi televisivi. Esattamente sulla falsariga della guerra
jugoslava.
Abbiamo vissuto e viviamo
con il sottofondo incessante della stessa musica, anzi nella ossessiva
ripetizione di un solo leitmotiv. Di cui fanno parte integrante
alcuni ritornelli di contorno, funzionali all'istupidimento collettivo.
Tra questi dell'inedita, straordinaria e meravigliosa “Grande
Alleanza Mondiale” (GAM) che accompagnerebbe questa guerra al
terrorismo. Una GAM di cui farebbero parte, insieme all'America,
all'Europa, anche la Russia e la Cina, per non parlare dei regimi
arabi “moderati” (si noti anche la finezza mistificatrice di questa
parola) come l'Arabia Saudita, il Pakistan, gli Emirati Arabi
Uniti. Se poi si guarda bene dentro la GAM si scopre subito che
la Cina ci sta con i suoi concreti interessi, con i quali fino
a ieri l'Occidente non era affatto conciliante. Si è scambiato
Tibet e le rivendicazioni autonomistiche degli Iuguri dello Xinjiang
in cambio di una dichiarazione di solidarietà. Per il resto Pechino
se ne sta accoccolata sulla rive del fiume in attesa di vedere
passare il cadavere del nemico. Anche perché la Cina è ormai l'unico
paese del pianeta che può prendere le proprio decisioni a partire
dei propri interessi nazionali, e senza essere costretta a piegarsi
alle decisioni di Washington. E soprattutto perché la Cina sa
perfettamente di essere il numero uno della lista dei futuri nemici
di Washington. Non ora ma nel 2017, secondo i calcoli del Pentagono
recentemente pubblicati.
Si scopre subito che la
Russia ci sta, nella GAM, in modo molto precisamente delimitato.
In primo luogo ci sta in cambio del silenzio definitivo dell'America
e dell'Occidente sulla Cecenia. Ci sta in modo così condizionato
che l'ultimo lungo week end americano di Vladimir Putin nel ranch
di George Bush non ha prodotto una sola riga di accordi politici
tra Russia e USA in materia di trattato ABM e di allargamento
a est della NATO. Ci rappresentano questi due paesi, Cina e Russia,
come giganti ebeti inchinati alla grandezza inesorabile dell'America,
mentre è chiaro come il sole che entrambi, seppure con diversi
gradi di libertà, stanno osservando molto guardinghi la guerra
afghana e quell'altra guerra più vasta che si annuncia.
Per esempio la Russia –
che non ha concesso né le proprie truppe, né il proprio spazio
aereo, sebbene le pressioni perché lo facesse siano state eccezionalmente
forti – non è sfuggito sicuramente che Washington ha approfittato
della crisi per insediarsi stabilmente, con la propria presenza
militare, sia in Turkmenistan che in Uzbekistan. Non poteva impedirlo,
è chiaro, ma non lo ha gradito. E una delle ragioni che possono
spiegare l'improvvisa “rottura dei patti” delle truppe tagike,
e la loro occupazione di Kabul prima di un'intesa politica generale,
sta proprio nella scelta di Mosca di aumentare il loro (e il proprio)
peso negoziale nelle trattative sul futuro dell'Afghanistan.
Anche perché sarebbe davvero
ingenuo pensare che Mosca non sappia chi ha messo in piedi il
regime dei taliban, e che dietro alle manovre del Pakistan c'erano
le compagnie petrolifere statunitensi e arabo saudite (Unocal
Corp e Delta Oil), spalleggiate attivamente dal Dipartimento di
Stato, il cui scopo – niente affatto indolore per Mosca – era
quello di tagliare fuori la Russia dal controllo, sfruttamento
e royalties di passaggio del petrolio del Mar Caspio. Le cose
sono andate per il verso storto, come sappiamo, e adesso Putin
vuole assicurarsi che gli oleodotti, che sicuramente transiteranno
attraverso il futuro Afghanistan, eventualmente “pacificato”,
siano comproprietà russa.
Di tutto questo complesso
lavorio sotterraneo , che accompagna il “trionfo” sui taliban,
non si scrive e non si dice quasi niente. E' faccenda riservata
a qualche “approfondimento” nelle riserve indiane. A volte si
direbbe che i più raffinati commentatori di politica estera, e
di economia, siano improvvisamente diventati delle mammolette
ingenue, che ragionano in termini di “nobili principi”, spacciandoli
per le vere ragioni di un conflitto che ne ha altre, molto più
concrete e sfortunatamente meno nobili. In tal modo si è perso
di vista – come ha scritto Sergio Romano, uno dei pochissimi analisti
a non aver perso la testa in questa situazione – che la “guerra
ha cambiato carattere” e, “dopo essere stata, all'inizio, una
guerra contro Osama Bin Laden e la sua organizzazione, è diventata
l'ennesimo episodio di un vecchio conflitto, che si combatte da
più di un secolo e mezzo”. L'unica cosa che non era necessario
aspettare gli ultimi sviluppi per vedere questa strana evoluzione.
E per capire che questa guerra non finisce affatto con la conquista
di Kabul da parte dei tagiki, punta di lancia di quella altrettanto
mistificante entità definita Alleanza del Nord. Un' Alleanza che
non è mai realmente esistita e che già sta svanendo sotto i nostro
occhi anche come simulacro. I mistificatori – che sono poi gli
stessi che mistificarono i mujaheddin in lotta contro i sovietici
– pensano che in seguito, quando le notizie da Kubul saranno divenute
“meno interessanti”, e si potranno quindi nascondere al grande
pubblico, non sarà più così importante dare spiegazioni per quello
che accadrà tra quelle montagne.
Esattamente come fecero
tra il 1992 e il 2001, “dimenticando” l'Afghanistan perché non
avrebbe saputo spiegare le mostruosità che vi accadevano. Non
è una profezia, è la semplice, banale constatazione che le guerre
afghane sono sempre state guerre per procura, combattute dalle
fazioni ed etnie afghane per conto degli stati terzi, vicini e
lontani all'Afghanistan. E non è pensabile una pace fino a che
non cesseranno le interferenze dall'esterno e, cioè finché non
verranno composti gli interessi internazionali che premono sull'Afghanistan.
Questa è la verità che si
sarebbe dovuta dire, fin dall'inizio, e quella che non si vuole
dire nemmeno adesso. Ecco perché si vuole rubricare il tutto in
fretta come una vittoria, prima di dover fare i conti veri con
la storia (e anche con una cronaca giustiziera che diventa sempre
più ravvicinata). Certo la capitale dell'impero si gioverà dei
mezzi di cui dispone per convincere e per costringere: finanziari,
economici, militari. Ma i suoi interessi geopolitici non coincidono
con quelli degli altri giocatori dell'area. E quindi non potrà
realizzare i suoi progetti senza concordarli con loro. Il che
è possibile, e perfino augurabile, ma non è affatto assicurato.
L'unica cosa che non si può dire – senza tema di smentite – è
che con la sconfitta dei taliban finirà il terrorismo. Per la
semplice e banalissima ragione che il terrorismo non lo si può
bombardare, perché la sua testa velenosa è troppo vicina a noi,
e sarebbe troppo imbarazzante e pericoloso scoprirla tanto vicina.
Si è bombardato l'Afghanistan esattamente perché si voleva che
l'opinione pubblica mondiale “guardasse da un'altra parte”. Là,
sotto la coperta dei taliban, c'era un pezzo del terrorismo, la
sua immagine sbiadita riflessa in uno specchio. Ma la centrale
del terrorismo è altrove e, dunque, non sarà stata smantellata
quando i taliban saranno stati annientati. La mia risposta a coloro
che, non avendo altri argomenti, si rifugiano nella domanda: “ma
lei cosa avrebbe fatto””, è questa: il terrorismo che ha abbattuto
le Twin Towers non è affatto soltanto “islamico”. E' “anche” islamico
e fanatico, ma è “anche” il frutto di un calcolo più vasto che
non è ancora stato scoperto. E non lo è stato perché non si è
voluto farlo. La linea che si è scelta, quella di una guerra contro
un paese e un popolo (comunque si cerchi di mascherare questa
realtà) è una mostruosa cortina fumogena, simile ma peggiore di
quella che fu inventata per creare la guerra jugoslava. Il che
non significa che non fosse possibile risalire ai mandanti e organizzatori
dell'atto di terrore. Bastava cominciare le indagini, seguire
le piste e gli indizi fin troppo abbondanti che già esistevano.
Come si fa in ogni indagine criminale. E il maggior indizio, il
più clamoroso, era rappresentato dal silenzio generale di tutti
i servizi segreti occidentali. Solo un gruppo equivalente a un
servizio segreto, dotato di tutte le sue competenze, poteva realizzare
un'operazione di quella portata. Probabilmente siamo di fronte
a un gruppo ristretto e potentissimo (condizione assoluta per
poter mantenere la segretezza per un periodo di tempo così lungo)
comprendente spezzoni autonomi, incontrollati, di più d'un servizio
segreto, che perseguivano un disegno comune e che, per tutti questi
motivi, sono riusciti a rendere praticamente impotenti tutti i
più importanti servizi segreti dell'Occidente. Là si doveva cercare
e non si è cercato. Perché non si poteva andare a cercare proprio
là dove si sarebbe dovuto. Nei grandi centri del potere finanziario
internazionale, che hanno trascinato per i capelli il pianeta
verso la catastrofe nell'ultimo quindicennio dissennato.
Ipotesi mostruosa? Solo
un'ingenuità imperdonabile può escluderla. E' proprio per la mostruosità
del progetto che Osama Bin Laden sarà l'unico “agente multiplo”
a lasciarci la pelle. Poi toccherà a Saddam Hussein. Loro conoscono
il segreto e lo porteranno nella tomba. Ma la catastrofe era già
in atto il 10 settembre 2001, e troppe cose lasciano intravedere
che l'11 settembre è servito anche a occultarla. Perché il modello
della globalizzazione americana è fallito e non ci sono ricette
alternative. Anzi ce n'è una: l'ha scritta il Financial Times
qualche giorno dopo l'11 settembre. Ora dobbiamo diventare tutti,
di nuovo, keynesiani. Ma keynesiani in tempo di guerra, con un
intervento massiccio dello stato a sostegno dell'economia. Un
intervento da tempi di guerra. Ecco perché c'è bisogno della guerra,
di una guerra prolungata e generale. Ecco perché Henry Kissinger
ha potuto scrivere recentemente (dopo l'11 settembre, s'intende)
che, finalmente, si presenta all'Occidente la possibilità della
costruzione di un nuovo ordine mondiale. Un nuovo ordine compiutamente
imperiale.
di Giulietto Chiesa
AVVENIMENTI – n.01/30.11.2001